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Consigli spassionati sul wayfinding 2/4

ORIENTATION – architecture

È accertato che l’architettura è un dato essenziale per l’orientamento. Nel ‘56 un collega che insegnava alla Royal College of Art disse: ‘Una buona segnaletica non può guarire edifici malati’, un’affermazione tuttora valida. Abbiamo bisogno di una migliore architettura per trovare la nostra strada; una questione che deve interrogare il mondo dell’architettura. La prima cosa che gli architetti usualmente ribattono è: «I nostri edifici parlano da sé!». Di fatto, invece, questo non accade quasi mai. Il punto è: se la comprensione del sistema di segnali è in conflitto con l’interpretazione intuitiva dell’ambiente, il segnale sarà ignorato. Infatti, come è naturale che sia, il soggetto si basa di più sull’architettura. Per esempio, la logica vorrebbe che l’ingresso di un edificio sia aperto sulla facciata che si dispone sulla strada principale; se ciò non avviene è obbligatorio apporre un segnale per indicare dove si trova in realtà l’entrata.

In tutto il mondo, la sola tipologia di edifici che tuttavia può vantare un riconoscimento naturale è quella delle stazioni ferroviarie di un tempo: si riconoscono immediatamente perché obbediscono al principio della forma che segue la funzione. Camminate in qualunque città e le riconoscerete subito, soprattutto se progettate nel XIX sec. Vedrete il tetto tondo, la torre, poi l’orologio e ancora la scritta: Stazione Centrale. Questa è la concezione che prevale in ogni parte del mondo. Oggi tante stazioni ferroviarie non presentano nessuno di questi elementi, tuttalpiù mantengono la stessa forma per il tetto. Così, le moderne stazioni ferroviarie possono somigliare a qualsiasi altra tipologia di edificio.

Stazione Centrale, Anversa

Un altro aspetto che caratterizzava le stazioni di un tempo era che la luce guidava chi le attraversava: andare verso la luce significava andare verso i treni in partenza. Allo stesso modo, arrivare in treno dentro la stazione significava addentrarsi nel buio. In simili stazioni ferroviarie classiche non c’è bisogno di molta segnaletica.

Gare de Montparnasse, Parigi

Gli architetti hanno realizzato nella stazione di Montparnasse un edificio che ospita uffici, travestito da stazione. Vi erano già presenti la metropolitana e la stazione ferroviaria tradizionale. Quando è cambiata la destinazione d’uso per farne una stazione di TGV, davanti all’edificio, è stata costruita un’arcata artificiale in vetro tra due pilastri: un dispositivo architettonico falso è stato posto fuori dall’edificio per dare l’effetto della stazione. Il Boulevard Montparnasse è riconoscibile oggi ad un chilometro di distanza. Un’operazione che quindi ha funzionato perché esperienziale: chi viaggia si affida alla propria esperienza. Se invece si realizzano edifici completamente diversi, il soggetto non può metterli a confronto con nessuna cosa incontrata in precedenza e si sente smarrito. Certi architetti non sono favorevoli a simili interventi perché ritenuti ‘finti’. Personalmente non sono contro ciò che è falso, l’importante è che funzioni. Spesso invece i designer sono dei puristi e progettano senza tenere in considerazione gli effetti. A mio avviso l’importante è che un progetto funzioni, che sia accettato. Altro aspetto interessante di questo progetto: girando attorno a questa arcata è possibile vedere in profondità, attraverso una sorta di canyon. C’è la metroplitana, ci sono i treni ed è stata scavata una sorta di grotta! Quando i passeggeri escono dalla metro – che è scura – hanno il vantaggio di avere luce: riescono a vedere e a camminare verso l’uscita, il punto luminoso verso quale tendere. Una soluzione perfetta per risolvere il problema dell’orientamento.

Stazione Metropolitana, settantaduesima strada, New York.

In alcune stazioni di New York si sta realizzando un sistema per illuminare l’edificio dall’interno, soluzione praticabile quando, come nella Grande Mela, c’è un livello sopraelevato. Si immette luce sotto terra. Ai visitatori piace perché la luce è sempre rassicurante, soprattutto quando si è sottoterra: garantisce maggiore sicurezza ed è d’aiuto all’orientamento. Come risultato di venti anni di esperienza nel design, abbiamo stilato un elenco di priorità che dovrebbero guidare gli architetti nell’articolazione delle caratteristiche spaziali e funzionali degli spazi progettati:

– ingressi e uscite riconoscibili
– percorsi di circolazione riconoscibili
– piazze e spazi dove la gente si può riunire
– evidenza dei punti di transizione laddove si lascia la zona centrale
e si imboccano altri percorsi
– indicazione dell’ordine spaziale e della gerarchia della struttura
(segnalare il grado di importanza di un’area)
– circolazione verticale ben evidente (scale ed asensori).
La nuova stazione ferroviaria di Berlino ( Berlin Hauptbahnhof Station) rappresenta a questo proposito un caso paradigmatico con l’intera area delle scale mobili realizzata in trasparenza.
– chiara presenza di punti di riferimento.

Ad esempio, nel caso di edifici come gli ospedali dove sono presenti più ali, ciascuna di esse deve avere lo stesso aspetto ma deve essere articolata diversamente ad esempio con dei materiali diversi. Se l’architetto che ha progettato lo spazio ha tenuto conto degli aspetti esposti qui sopra, il compito per il designer che si occupa dei sistemi di orientamento è decisamente più facile. Il problema è che il design dovrebbe essere intuitivo. Per fare un esempio, spesso mi ritrovo a combattere con il mio registratore DVD, perché troppo complesso. È vero che il registratore prevede sempre un libretto di istruzioni, ma quest’ultimo è la prima cosa che vola fuori dalla finestra! Tutti noi chiediamo ai designer di fornirci qualcosa di più intuitivo, anche nel caso degli edifici. In buona sostanza, qual è il nostro compito? Fornire informazioni utili agli utenti, quello che gli architetti non possono o non vogliono fare, presentare una panoramica dei servizi offerti, segnalare i possibili percorsi, identificare gli spazi, dare istruzioni, sul cosa fare e sul cosa non fare. Spesso invito a Washington oppure a New York gli architetti, così come vengo invitato da loro in altri parti del mondo, per discutere su simili questioni. Come un predicatore, la mia missione è quella di dire agli architetti di migliorare il loro lavori. Del resto, gli architetti sono i primi a ritenere la segnaletica anti-estetica, ma solo progettando con certe accortezze un edificio è possibile ridurla effettivamente ai minimi termini.

Paul Mijksenaar
Testi tratti dalla conferenza “La città senza nome”Bari 2009

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